… L’immagine dell’inafferrabile … il fantasma della vita;
ed è questa la chiave di tutto…
(Orson Welles, Moby Dick alla prova)
Con quattro stagioni alle spalle il Moby Dick del Teatro dell’Elfo ha finalmente raggiunto la capitale, al Teatro Vascello, dove ha registrato una settimana sold out (dall’11 al 16 marzo). Evviva. Perché perderlo sarebbe stato proprio un peccato. Il testo è quello di Orson Welles che dal romanzo di Herman Melville partorì quest’opera in versi sciolti rappresentata a Londra nel 1955 e rititolata Moby Dick alla prova, ora per la prima volta in Italia nella bella traduzione di Cristina Viti. E lo spettacolo, da locandina “di Elio De Capitani”, è il risultato di un lavoro corale, fisico, energico, possibile grazie a una virtuosa coordinazione di forze. La bella cifra dell’Elfo, la squadra, il lavoro artigiano, gli attori stabili, gli assidui, i fedeli, la contaminazione che genera sinestesia.
Quei rimandi indispensabili per vedere quel che non c’è, per esempio una nave, due oceani, un fondale marino, un animale. Moby Dick.
“Rimediate con i vostri pensieri alle nostre imperfezioni”. Ce lo chiede De Capitani citando prosaicamente Shakespeare, dopo un doppio prologo che Welles pensa nel segno del teatro nel teatro.
Un attore sogna di essere Ismaele durante le prove del Re Lear di Shakespeare. In scena c’è un lungo tavolo, infatti, sorta di “tavolino” che attende gli attori per la lettura del copione.
Invece irrompe il probabile capocomico a scompaginare i piani, e a (quasi) smontare il tavolo inciampandoci dentro.

Si parte con la scena madre tra Lear e Cordelia, si procede con due indicazioni di regia che fanno il verso ai capocomici tromboni (“Tu di spalle”; “Tu lontano da me”), si saluta il pubblico invitandolo a fare altrettanto e a metterci del suo.
Ma metterci del nostro non è necessario, non occorre supplire col pensiero: basta lasciarsi trasportare dal flusso delle immagini e delle parole, che è organico, fisiologico, liquido. Si scivola da una scena all’altra senza fatica, vedendo, forse, quel che non c’è, ma ancora di più non domandandosi perché non c’è.
Siamo a teatro e lo stare ai patti è naturale disposizione. A meno che non sia la scena e i suoi artefici a remare contro corrente, attingendo, e spesso senza accorgersi, al nostro serbatoio di pazienza e attenzione.
Succede, ma non è questo il caso.
Qui si percepisce la coesione di parti, un rodaggio lunghissimo dove il caos apparente è in realtà regolato in modo sapiente, rodaggio che ho poi saputo incominciato in pandemia, durante il lockdown, quando non potevamo nemmeno sfiorarci, ciascuno barricato dietro le mascherine. Quando la via di uscita per molti teatranti, oltreché il suggerimento da parte degli organi competenti, era di ripiegare sul web (ma che magnifica idea, il teatro via etere!).

Qualcuno invece ha scelto di rinchiudersi in una sala prove e fare di necessità virtù. Pare infatti che le maschere che gli attori indossano durante parte dello spettacolo siano la memoria delle mascherine chirurgiche, create appositamente per coprire quegli orribili salvavita che per mesi abbiamo dovuto indossare. Capita quando un errore o una difficoltà a prima vista insormontabile, viene arginata o superata, quando si trova una soluzione che poi funziona talmente bene che abbandonarla diventa un peccato. Fissare l’errore, mi pare si dica. Utilizzare il difetto. Ecco, questo è il perché delle maschere in scena.
L’albero della nave invece. Sono le scale dei cimiteri. Quelle scale lunghissime sulle quali ci arrampichiamo per mettere due fiori ai nostri poveri cari quando li abbiamo sistemati nei loculi alti. Scale di metallo che qui diventano navi, ponti, coperte, punti di vista da cui osservare l’oceano e scrutare il cielo.
Ora ebbri e illusi di dominare l’incommensurabilità della natura, ora impotenti di fronte a essa. Fiduciosi, diffidenti, malfidati, manipolatori o soggiogati, sempre e comunque in balia di qualcosa di più grande e imprevedibile che sfugge.
Qualcosa che è sommerso e protetto tra i flutti resi con un vorticoso movimento di teli, che sono vele, onde, tempesta, ma che è anche dentro ciascuno di loro, inafferrabile come il sospetto di essere essi stessi esecutori senza voce di una folle volontà.
Sulla ciurma grava un senso di smarrimento che anticipa la fine, e sa di contrappasso alla hybris sovrumana e alla sfida irrazionale generata dal contagio (“L’odio di Achab era il nostro”).
Sono sensazioni che restano anche dopo, bagliori, momenti che hanno trovato espressione nei canti collettivi, di grande potenza, e nei suoni metallici eseguiti sincronicamente a evocare il rumore dei remi. Mani che all’unisono battono a tempo su tavolini metallici e ti raccontano l’eccitazione all’inseguimento del mostro. Il mostro marino, gigantesco e incolpevole, che ci ricorda quanto siamo piccoli e (ir) responsabili.
E a volte anche stolti, parecchio stolti. Accecati da un dissennato amore per l’odio e dall’obbedienza.
Ripeto, non è difficile credere a quello che non si vede: nemmeno alla balena in quella enorme vela che si gonfia sul fondale che di sé stessa ha lasciato sulla scena la sua memoria di sangue. E non soltanto la sua.
Uno spettacolo da acchiappare in questi ultimi scampoli di tournée.
di Alessandra Bernocco
Moby Dick alla prova di Orson Welles (adattato – prevalentemente in versi sciolti – dal romanzo di Herman Melville)
uno spettacolo di Elio De Capitani/traduzione Cristina Viti/costumi Ferdinando Bruni/musiche dal vivo Mario Arcari/direzione del coro Francesca Breschi/maschere Marco Bonadei/luci Michele Ceglia/suono Gianfranco Turco
con ELIO DE CAPITANI Capocomico / Lear / Achab / Padre Mapple; ANGELO DI GENIO Attor giovane / Ishmael; GIULIA VIANA Attrice giovane / Cordelia / Pip; CRISTINA CRIPPA Direttore di scena / Cambusiere; MARCO BONADEI Attore serio / Kent / Starbuck / Queequeg; ENZO CURCURÙ Attore di mezza età / Stubb / Daggoo / Voce dello Scapolo”; MICHELE COSTABILE Attore / Flask / Vedetta; MASSIMO SOMAGLINO Attore veterano / Peleg / Voce della Rachele; ALESSANDRO LUSSIANA Attore cinico / Elijah / Tashtego; VINCENZO ZAMPA Attore con il giornale / Carpentiere / Vedetta; MARIO ARCARI Direttore d’orchestra
coproduzione Teatro dell’Elfo e Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
Lo spettacolo è dedicato alla memoria di Gigi Dall’Aglio
Tournée: Padova, Teatro Verdi, 26 – 30 marzo/Vicenza Teatro, Comunale 1 e 2 aprile/Lugano, LAC, 5 e 6 aprile/Genova, Teatro Ivo Chiesa, 10 – 13 aprile